Scienza, democrazia e divulgazione

Proviamo ad esplorare le ragioni che ci hanno portato a creare la newsletter di Starcrash. Per farlo occorre riprendere alcuni passaggi per noi significativi di quello che abbiamo definito come manifesto di questo progetto:

Pensiamo che la fantascienza vada difesa proprio da chi vuole relegarla ad un ruolo di rumore di fondo nella cultura contemporanea, cercheremo di capire quanta fantascienza c’è nel passato, nel presente, ma soprattutto nel futuro della scienza.
Siamo per una new wave culturale fantascientifica che riconosca e nobiliti il suo ruolo centrale nello sviluppo e formazione del pensiero scientifico grazie alla sua spinta verso l’ignoto dei confini del pensabile. Vogliamo recuperare la sua spinta verso la modernità del pensiero scientifico e della cultura.
Serve una scienza esponenzialmente nuova che esca dalla trappola delle risposte lineari.
Per fare ciò dobbiamo abbracciare la complessità ed avere un approccio a livello di ecosistema, ma soprattutto abbiamo bisogno di essere visionari

Apologia della fantascienza

Per noi la fantascienza non è solo un semplice passatempo, ma un potente strumento con cui ripensare l’esistente, immaginandoci mondi diversi e alternativi; uno strumento per pensare a un futuro differente da quello che molti danno per scontato. 

E per fare questo abbiamo bisogno della scienza: per capire la complessità della nostra realtà e districarci al suo interno.È ovvio, perciò, che Starcrash non parli solo di fantascienza ma anche, soprattutto, di scienza. Insomma, ci troviamo nell’ardua posizione di fare della divulgazione scientifica, direttamente o indirettamente.

E questo impegno non è affatto banale. Oggi, tanti si improvvisano divulgatori e nel marasma del web è possibile trovare tutto e il contrario di tutto. Come essere sicuri che certe informazioni siano attendibili? Sappiamo se le fonti sono state validate? Come interpretare i dati?

Fare divulgazione scientifica richiede di assumersi delle responsabilità rilevanti a causa delle sue ricadute etiche, sociali e politiche (soprattutto in democrazia – su questo ritorneremo più avanti). La divulgazione, per il suo fondamentale ruolo informativo, è un impegno di cui ci si deve far carico senza sottovalutarlo. Ma quali sono questi aspetti etici, sociali e politici?

Divulgare la scienza significa comunicarla, rendendola accessibile a chi non è esperto, ma cercando, allo stesso tempo, di non snaturarla o deformarla. 

È fondamentale fare una buona comunicazione, presentando i dati nel modo corretto, controllando sempre le fonti e ciò che si comunica. Da qui ricaviamo la prima implicazione etica della divulgazione scientifica: il divulgatore si impegna a fare quella che potremmo chiamare una divulgazione onesta.

Questa espressione va intesa nel senso che le informazioni che vengono divulgate devono essere di “prima mano” (cioè è lo specialista stesso di un certo campo che divulga il contenuto delle sue ricerche) o, al massimo, di “seconda mano” (in questo caso il divulgatore – che può essere sempre uno scienziato, oppure anche un giornalista scientifico – legge, comprende e divulga le ricerche di qualcun altro).

Solo in questo modo si può essere sufficientemente sicuri che le informazioni siano attendibili, che vi sia stata validazione delle fonti e che – da non sottovalutare – l’argomento, e quindi i dati, siano stati capiti e possano venir presentati nel modo corretto.

Esiste poi una “divulgazione” (le virgolette sono d’obbligo in questo caso) basata su informazioni di “terza mano”, se non addirittura di “quarta”. In questo caso i divulgatori riciclano informazioni, dati o, peggio, interpretazioni teoriche, leggendo altri articoli divulgativi e mettendo insieme alla bell’e meglio le diverse notizie. Queste forme di divulgazione raramente hanno alla loro base un controllo delle fonti e praticamente mai si basano sugli articoli scientifici originari.

Purtroppo, la divulgazione di “terza o quarta mano” non è diffusa solo su siti di complottisti, ma anche sulle grandi testate giornalistiche nazionali. La divulgazione scadente e imprecisa andrebbe boicottata o denunciata pubblicamente, a causa del danno sociale che genera.

Per approfondire la questione, un consiglio di lettura sul blog che tutti gli appassionati di paleontologia e dinosauri dovrebbero conoscere.

Il problema della divulgazione onesta, tuttavia, ha radice più profonde e affonda direttamente nella pratica scientifica. Infatti, anche fare scienza ha le sue implicazioni etiche e il problema della scienza onesta è sempre dietro l’angolo.

Orrore! Abbiamo appena detto che l’attività scientifica ha implicazioni etiche? Stiamo mescolando il piano teoretico con quello etico? Stiamo forse dicendo che la responsabilità delle bombe atomiche su Nagasaki ed Hiroshima ricada sugli inventori della meccanica quantistica?!?

Fermi tutti, facciamo un passo indietro. 

L’attività quotidiana dello scienziato (lì nel laboratorio a cercare cose – proteine, particelle subatomiche, stelle – o dietro a uno schermo a fare conti) è un lavoro come tanti altri: come  il panettiere impasta e sforna il pane, così lo scienziato si pone domande sui fenomeni della realtà e cerca risposte tramite esperimenti ed osservazioni.

Chiaramente, alcune scoperte scientifiche hanno un impatto sociale molto più marcato di altre (ad esempio, la scoperta dell’energia atomica), tuttavia non si può incolpare uno scienziato di come queste vengano utilizzate dalla società (c’è chi massacra i propri simili a martellate in testa, ciò rende forse l’invenzione del martello un’invenzione funesta?). Senza dimenticarci, comunque, che gli scienziati, in quanto individui e in quanto cittadini, possono sempre manifestare il proprio disaccordo verso determinati usi delle loro scoperte.

Quindi, se veramente volessimo attribuire la colpa dell’invenzione della bomba atomica agli ideatori della meccanica quantistica, tanto varrebbe risalire direttamente alle origini e dare la colpa a Leucippo e al suo allievo Democrito e alla loro benedetta invenzione del concetto di “atomo”, laggiù nel lontano secolo quinto prima di Cristo.

Ma ovviamente questo è assurdo.

Perciò, quando parliamo di “implicazioni etiche della scienza” intendiamo altro. Anche il lavoro del panettiere ha questo tipo di implicazioni etiche: il panettiere si impegna ogni giorno a sfornare del buon pane, cioè del pane che soddisfa precise norme igieniche, alimentari, di salute e che le persone possono acquistare con la ragionevole sicurezza di non contrarre malattie o avere un qualunque altro problema (come ingerire una scheggia di vetro).

Allo stesso modo lo scienziato, quando entra nel laboratorio o quando si siede dietro a un computer, si impegna (consapevolmente o inconsapevolmente) a fare della buona ricerca scientifica. Si impegna cioè a seguire determinati protocolli di ricerca, testando e ritestando i propri risultati; a validare le proprie fonti; a non manipolare i dati e gli esiti delle proprie ricerche, presentandoli nel modo più trasparente possibile, e consentendo ai suoi colleghi di vagliare e, nel caso, sottoporre a critica le sue conclusioni. Tali aspetti formano quella che abbiamo chiamato scienza onesta.

È su questi elementi che si fonda la ricerca, soprattutto sulla condivisione dei risultati, perché la scienza è un’opera collettiva a cui partecipa l’intera comunità scientifica. La scienza non può essere fatta da individui chiusi nella propria torre d’avorio.

La scienza onesta, quindi:

  1. è basata sulle osservazioni sperimentali, non di un singolo individuo, ma dell’intera comunità di scienziati che operano in un dato campo;
  2. deve essere aperta al giudizio intersoggettivo e alla discussione pubblica dei risultati. Il momento critico è necessario per l’avanzamento della conoscenza scientifica, in quanto «di fronte a un determinato problema, lo scienziato propone, a titolo di prova un qualche tipo di soluzione – una teoria. Questa, in ogni caso, viene accettata dalla scienza solo provvisoriamente; ed è peculiare del metodo scientifico il fatto che gli scienziati non risparmieranno fatiche per criticare e controllare la teoria in questione» [1]. Così «le osservazioni e gli esperimenti reiterati fungono, nella scienza, da controlli delle nostre congetture od ipotesi» [2]; controlli in cui è coinvolta, come detto, la comunità scientifica tutta.

Insomma, in un senso molto preciso, la ricerca scientifica è, in generale, una delle più alte forme di democrazia applicata: chiunque – idealmente – può commentare e sottoporre a critica i risultati altrui, se lo fa usando argomentazioni robuste (logiche o fattuali).

Tuttavia, accade raramente che le osservazioni e gli esperimenti vengano ripetuti più volte da differenti ricercatori, infatti «per ragioni di costi, di mancanza di tempo e così via, l’osservazione o l’esperimento sarà eseguito solo da pochi rappresentanti della giuria scientifica, e tutti gli altri dovranno fidarsi del resoconto degli osservatori e sperimentatori ‘attivi’» [3].

Questo fatto, in ogni caso, non preclude la possibilità che tali osservazioni vengano, almeno potenzialmente, ripetute o che le conclusioni siano messe in discussione, come effettivamente qualche volta accade.

Purtroppo, però, nella realtà della pratica scientifica corrente spesso capita di osservare o di sentire raccontare di modalità, consuetudini o strutture di potere che distorcono o, peggio, nullificano, l’aspetto democratico della ricerca scientifica.

Alcuni esempi di ciò sono

  1. il meccanismo incancrenito della pubblicazione su riviste attraverso peer review(revisione dei pari) che, frequentemente, invece che scremare e aumentare la qualità degli articoli pubblicati, tende a ritardare lo scambio di informazioni tra ricercatori o, peggio ancora, non riesce a filtrare studi che si dimostrano in seguito errati o fraudolenti;
  2. l’applicazione perversa delle logiche di mercato alla ricerca che spinge i ricercatori a impazzire (letteralmente) per aumentare la propria produttività, pubblicando articoli ad un ritmo serrato (spesso con risultati approssimativi o di nessuna rilevanza) per avere più visibilità, tutto a causa di un’idea distorta di merito e meritocrazia;
  3. le lobby di potere, come centri di ricerca, università o semplicemente singoli scienziati, che possono vantare un accesso facilitato o privilegiato alle riviste più prestigiose e con visibilità più alta.

A questi esempi si possono aggiungere tutte le ben note storture e idiosincrasie del mondo accademico.

Per chi fosse interessato ad approfondire la questione, concludiamo questa prima parte della nostra riflessione con due segnalazioni molto interessanti. La prima mostra come proprio questo periodo di eccezionalità che stiamo vivendo stia scardinando molte delle “cattive” pratiche consolidatesi nel mondo della ricerca. Il coronavirus sembra spingere i ricercatori verso una scienza più aperta, più collaborativa, più critica. Insomma, una scienza più onesta e democratica.

La seconda, invece, illustra gli effetti collaterali di quei meccanismi distorti, figli della società del consumo e del capitalismo sfrenato, che affliggono il mondo dell’accademia e quello della ricerca.

Torniamo ora a parlare di divulgazione scientifica.

Così come la scienza, anch’essa deve essere, oltre che affidabile, aperta alla discussione pubblica, cioè onesta, nel senso indicato sopra.

Infatti, come la ricerca scientifica non giunge mai a un punto conclusivo ma è sempre pronta a rimettersi in discussione, allo stesso modo la divulgazione, che vuole realmente comunicare la scienza, deve essere critica e disposta alla revisione.

In quest’ottica la divulgazione è come se fosse una continuazione dell’attività scientifica e proprio per questo, quando si fa divulgazione, come quando si fa scienza, bisogna stare attenti a non cadere preda del principio d’autorità.

Con questa espressione si intende il ricorso alla citazione di fonti o testi considerati autorevoli (e quindi in un certo senso inattaccabili), per risolvere dispute o per respingere le critiche; tale uso è anche conosciuto tradizionalmente come ipse dixit (letteralmente: “egli in persona lo disse”).

Nella pratica, il principio d’autorità entra in gioco in quelle situazioni in cui si tende a dare un’importanza eccessiva alle fonti da cui si ricavano le nozioni, i dati o le teorie. Soprattutto quando queste fonti sono insigni studiosi, rispettati da tutta la comunità scientifica, che sentenziano sull’intero scibile umano.

Da un certo punto di vista è normale che questo accada: i non addetti ai lavori – il pubblico generico che non possiede conoscenze specialistiche – come possono valutare la competenza di un divulgatore, i dati che egli presenta o l’affidabilità delle fonti a cui questo divulgatore si richiama? Per ovviare a questo problema ci si affida alle figure autorevoli, prendendo per vere le loro affermazioni. E, in molti casi, l’esperienza ci insegna che questo atteggiamento è ragionevole, perché le figure autorevoli sono tali, spesso, per un buon motivo.

Ma quando non sono realmente autorevoli? Perché, ad esempio, sono personaggi che hanno ottenuto fama e riconoscimenti per altre ragioni che non siano le loro competenze scientifiche? Oppure sono persone che un tempo erano autorevoli ma, ad un certo punto, hanno “smarrito la retta via”, come è accaduto anche recentemente ad un premio Nobel?

Il rischio è quello di farsi ingannare dal “camice” e dall’autorevolezza di chi si ha davanti, prendendo per vero tutto ciò che viene detto. 

Per fronteggiare questa situazione l’unica soluzione è quella di coltivare e mantenere vigile la propria coscienza critica, la quale deve essere necessariamente formata attraverso l’educazione (ma, purtroppo, spesso ciò non accade – il che aprirebbe un altro lungo discorso, perciò fermiamoci qui).

Oltre alla coscienza critica, l’altro modo ovvio per non farsi stregare dal fascino discreto dell’autorevolezza è essere ricettivi: informarsi da fonti diverse e alternative, ricercando la coerenza delle nozioni, senza pretendere che la verità stia solo da una parte e raggiunta una volta per sempre.

Ribadiamolo un’altra volta: attenzione a non sopravvalutare troppo le fonti da cui attingiamo la nostra conoscenza, soprattutto quando si tratta di individui carismatici o rivestiti di autorevolezza!

È molto più importante adottare un atteggiamento critico, che accettare qualcosa sulla “fiducia”. Questo è anche l’atteggiamento di ogni buon scienziato: piuttosto che valutare la solidità delle proprie conoscenze sulla base dell’affidabilità delle sue fonti (come articoli scientifici di altri ricercatori), preferisce testarle sperimentalmente.

Karl Popper, a questo proposito, si chiedeva:

«la strana concezione secondo cui è possibile decidere sulla verità di un’asserzione indagandone le fonti – cioè a dire la sua origine – si può forse spiegare in quanto dovuta a qualche errore logico […]?».

La risposta, poche pagine dopo, è che se riflettiamo attentamente

«difficilmente saremo tentati di pensare che la questione dell’origine può avere molta importanza per il problema della conoscenza o della verità».

Ma quindi le fonti della nostra conoscenza non hanno alcun valore? La risposta è un po’ più sottile e complessa (come complessa è l’intera realtà):

«la nostra conoscenza ha fonti di ogni genere, ma nessuna ha autorità. […] Naturalmente, non nego che anche un esperimento possa accrescere la nostra conoscenza […]. Ma non si tratta di una fonte in alcun senso definitivo. Deve sempre essere controllata» [4]

Per concludere questa digressione sulle fonti della conoscenza e sul principio d’autorità, lasciamo il link ad un articolo (un po’ polemico) di un noto divulgatore italiano dal titolo significativo “Il potere mediatico del camice bianco”.

Il tuatara ha tre occhi e nel suo campo è un’autorità

Arriviamo finalmente all’ultimo punto di questa lunga riflessione.

La divulgazione scientifica ha un’altra implicazione etica e politica, collegata a quella individuata come divulgazione onesta. Surrettiziamente abbiamo già fatto riferimento a questa sua caratteristica, ma in modo esplicito possiamo affermare che non esiste divulgazione neutrale.

Impegnarsi a fare una buona divulgazione è un atto squisitamente politico e ha un ruolo essenziale in un contesto democratico.

Anzitutto, l’atto della divulgazione, così come la decisione di dedicarsi alla ricerca scientifica, incarna appieno l’idea della libertà d’espressione e di pensiero.

In secondo luogo, non vi può essere vera democrazia se non si offre opportunità ai cittadini di informarsi ed educarsi. Più i cittadini sono informati e preparati e più possono prendere decisioni adeguate, valutando correttamente i problemi.

Infatti, nello stato democratico

«l’idea fondamentale è l’idea del contratto sociale. L’uomo democratico è libero di fronte a tutti gli altri uomini, uguale di fronte a tutti gli altri uomini. Nessuno può imporgli regole, norme o valori oltre quelli che egli stesso si pone. La democrazia non può limitarsi al piano politico, […] essa si deve estendere a tutti i valori che implichino rapporti tra gli uomini. […] Per questo si può […] parlare di “cultura democratica” riferendosi proprio a tutti gli aspetti della cultura e non ai soli rapporti politici […]. Un aspetto fondamentale collegato al precedente è l’ideale di una cultura “pubblica”, aperta a tutti, non iniziatica o semi-iniziatica. […] Una verità, un bene o una bellezza che siano tali per il solo iniziato, che non possano venir comunicati e resi accessibili a tutti, restano un fatto personale, privato, di colui che ha queste intuizioni privilegiate: non possono costituire un valore pubblico e riconosciuto, un principio di cultura sociale o di insegnamento pubblico. […]

“Cultura democratica” significa “cultura accessibile a tutti”. Naturalmente, non nel senso che chiunque, qualunque sia la sua preparazione, possa immediatamente capire tutto e immediatamente formarsi su tutto una propria opinione valida. […] Il problema della cultura democratica è la costruzione di un sapere che sia universale e nello stesso tempo si fondi sul rispetto dei diritti di critica, obiezione e collaborazione di ognuno» [5]

Ecco delineato l’orizzonte e la funzione della divulgazione scientifica in uno stato democratico: diffondere la conoscenza in modo che tutti vi possano, con gradi differenti, accedere.

Ma tale orizzonte e funzione è lo stesso che la divulgazione condivide con la scienza, in quanto

«attività pubblica e socialmente utile. Ed è proprio in questa direzione che si volge il suo proprio ethos: in una attiva modificazione del mondo circostante, e della stessa società, per il maggior bene sociale e ai fini della promozione del progresso sociale» [6]

È importante sottolineare lo stretto rapporto, biunivoco, tra scienza e società democratica. La scienza amplia l’orizzonte della conoscenza, ma solo uno stato libero, dove vige la libera diffusione delle idee, garantisce una scienza libera.

Il principio della tolleranza permette il confronto tra idee differenti, anche quelle che possono apparire come “anti-scientifiche” (in fondo, alla sua epoca, anche le idee di Galileo furono considerate anti-scientifiche dagli esponenti della scienza aristotelica ufficiale!). Lo stato – o una qualunque altra autorità – deve, perciò, astenersi dall’intervenire nel dibattito scientifico, censurando le idee sovversive o minoritarie (perché la storia della scienza ci insegna che non possiamo mai sapere quale delle ipotesi e teorie che ora ci sembrano fantasie infondate, si riveleranno un domani teorie feconde e proficue).

Il principio del non intervento, perciò, garantisce l’autonomia della ricerca e «mira a salvaguardare qualsiasi tradizione, comprese tradizioni non scientifiche». Il fondamento teorico del principio di tolleranza è la dottrina dell’essenziale fallibilità umana, cioè ilfallibilismo. Esso

«non è una dottrina più o meno “ingenua” che sostiene che ogni nostra teoria del mondo è irrimediabilmente falsa, ma una disposizione a tener conto delle obiezioni ai propri punti di vista preferiti. Il fallibilismo è cioè un atteggiamento istituzionale oltre che (o prima che) epistemologico, poiché esso equivale a rinunciare alla cosiddetta “presunzione di infallibilità”» [7]

Tuttavia, se il dibattito scientifico deve rimanere libero da interferenze esterne, la divulgazione richiede una scelta di campo inevitabile. Certamente essa deve dare espressione alle differenti voci, ma fare divulgazione implica di scegliere tra un “giusto” e uno “sbagliato” (che siano anche temporanei e passibili di revisione), perché richiede di prendere posizione.

La divulgazione, come la scienza stessa, è consapevole che non esistono “fatti bruti” semplicemente da raccontare. Fuori da un orizzonte teorico di riferimento, propriamente, non ci sono fatti: essi sono solo porzioni, segmenti di realtà, individuati sulla base di certi problemi, certe ipotesi, certi strumenti. È proprio attraverso le teorie che impariamo ad osservare la realtà e a porci domande.

I fatti, quindi, necessitano di essere interpretati e spiegati al pubblico. Tra i “fatti” che devono essere spiegati un posto importante è occupato dai dati numerici, proprio come quelli che sentiamo ogni giorno comunicare dalla Protezione Civile sull’andamento del COVID-19. I numeri, che sembrano auto-evidenti e, spesso, vengono usati come se lo fossero, in realtà possono dire tutto e il contrario di tutto, se non vengono correttamente inquadrati all’interno di un orizzonte interpretativo.

Inoltre, la divulgazione si fa carico di comunicare la scienza per lo scopo di aiutare gli altri a formarsi idee ed opinioni, non per prevaricare. Non c’è quindi neutralità politica o sociale nell’attività divulgativa, bisogna sempre scegliere dove collocarsi e interpretare i dati contestualmente alle dinamiche sociali.

Banalmente – se non fosse già chiaro – scegliere di fare divulgazione significa schierarsi dalla parte della democrazia, della libertà di parola, dell’educazione collettiva e popolare, del sapere pubblico e condiviso.

Per concludere questa lunghissima riflessione, vi lasciamo con l’articolo probabilmente più importante riguardante il problema della non neutralità della divulgazione. È tratto dal blog “Giap” dei Wu Ming, che richiede di essere seguito per l’assidua applicazione della coscienza critica e per il coraggio di presentare tesi inattuali e scomode.

Il progetto Starcrash cerca di farsi carico di tutte queste implicazioni.

Abbiamo invitato relatori che erano anche scienziati, abituati a “toccare con mano” quello di cui ci parlavano; abbiamo iniziato questa newsletter per continuare in questa direzione.

Come circolo abbiamo fatto la nostra scelta di campo: vogliamo inventare il nostro futuro con gli occhi rivolti alle possibilità offerte dalla fantascienza, ma i piedi saldamente piantati nella scienza. (ejf)


Illustrazione di copertina di Thelma Scott

Questo contenuto è apparso precedentemente sulla newsletter di Starcrash

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NOTE

[1] K. Popper, What is Dialectic? (1940), ed. italiana “Che cos’è la dialettica?” in Congetture e Confutazioni. Lo sviluppo della conoscenza scientifica traduzione di Giuliano Pancaldi, il Mulino, Bologna, 1972, pag. 532.

[2] K. Popper, Philosophy of Science: a Personal Report (1957), ed. italiana “La scienza: congetture e confutazioni” in Congetture e Confutazioni. Lo sviluppo della conoscenza scientifica traduzione di Giuliano Pancaldi, il Mulino, Bologna, 1972, pag. 96.

[3] D. Gillies, G. Giorello, Philosophy of Science in the Twentieth Century. Four Central Themes (1993), traduzione italiana La filosofia della scienza nel XX secolo a cura di Matteo Motterlini, Laterza, Bari-Roma, 2018 (5° ediz.), pag. 157.

[4] K. Popper, On the Sources of Knowledge and of Ignorance (1960), ed. italiana “Le fonti della conoscenza e dell’ignoranza?” in Congetture e Confutazioni. Lo sviluppo della conoscenza scientifica traduzione di Giuliano Pancaldi, il Mulino, Bologna, 1972, pp. 37 – 39 e pag. 48..

[5] Preti, G., Praxis ed empirismo (1957), Bruno Mondadori, Milano, 2007, pp. 12 – 14.

[6] Ivi, pag. 156.

[7] D. Gillies, G. Giorello, Philosophy of Science in the Twentieth Century. Four Central Themes (1993), op. cit., pag. 379 e pag. 388.